6 novembre 2026 – 27 febbraio 2027
GióMARCONI |
Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Vocale con accento, prima personale di Gianni Colombo interamente dedicata all’opera ceramica dell’artista. Curata da Marco Scotini, la mostra presenta per la prima volta al pubblico oltre venti opere realizzate in argilla, dalle terrecotte alle superfici ingobbiate e smaltate: un corpus quasi interamente inedito che risale alla prima parte dell’attività dell’artista, dal 1953 fino alla costituzione del Gruppo T. Sebbene il nucleo di opere selezionate costituisca solo una parte della produzione ceramica di Colombo, Vocale con accento rappresenta la prima ricognizione espositiva esaustiva di questa originaria e significativa stagione della sua ricerca.
C’è sempre un punto cieco nella produzione di un artista che recalcitra ad essere classificato e annesso alla sua opera nota e riconosciuta. Qualcosa che, per quanto innegabile, ci si sottrae alla vista. È come una stanza segreta che continua a rimanere nascosta e invisibile nonostante la visibilità a cui è esposta. Un po' come La lettera rubata di Edgar Allan Poe in cui, per troppa evidenza, una busta da lettera ricercata ovunque, rimane non vista nel luogo in cui si trova. Questa situazione è quella che incontriamo con la produzione ceramica di Gianni Colombo: esordio dirompente di tutta la sua produzione successiva che non è mai stato oggetto di adeguata attenzione critica.
Nonostante dal 1995 in poi non ci sia mostra o pubblicazione di Gianni Colombo che non presenti tre o quattro rilevanti esemplari dell’opera ceramica, questa produzione sembra considerata come un capitolo a parte senza mai diventare un campo di indagine integrato con il resto della sua opera. Se è vero che la terracotta non tornerà più all’interno del suo lavoro, così come la policromia sarà azzerata dalla presenza di monocromi bianchi e i titoli affabulati si faranno tecnici, è altrettanto vero che la scelta della ceramica significherà per Colombo una fuoriuscita tanto dalla pittura che dalla scultura, così come il confronto originario con una materia plastica, elastica e fluida. Non a caso, aspetti della modellazione ceramica si continueranno a trovare nella tattilità, corporeità e performatività che caratterizza la sua produzione successiva.
Colombo comincia a sperimentare con il medium dell’argilla negli anni Cinquanta, nel momento in cui assistiamo alla massima esplosione della cultura ceramica italiana del dopoguerra. Sono gli anni in cui l’argilla come mezzo d’espressione diventa una vera protagonista culturale e rappresenta l’esplosione creativa e avanguardistica dell’immediato dopoguerra. Al 1954 risale l’Incontro Internazionale della Ceramica ad Albisola che avrebbe suggellato - in nome di una nuova sperimentazione attraverso la ceramica - la convocazione, piuttosto eterogenea, di esponenti internazionali eredi del Surrealismo. Quelli del disciolto gruppo Cobra (Asger Jorn, Karel Appel, Corneille), del Movimento Pittura Nucleare (Enrico Baj, Sergio Dangelo), dello Spazialismo (Lucio Fontana), del Surrealismo (da cui Roberto Matta viene espulso nel 1948) e dell’area definita informale (Emilio Scanavino). Subito dopo sarà Joe Colombo, fratello di Gianni, a firmare il display per la presentazione delle opere di questi autori attivi ad Albisola in esposizione alla X Triennale di Milano.
Tutte le prime mostre a cui Colombo partecipa dal 1955 al 1959 sono Concorsi Nazionali della ceramica di Faenza o differenti edizioni della Mostra Nazionale della ceramica del Premio Gubbio. Ma al 1958 risale anche una sorta di incunabolo del futuro Gruppo T con una mostra a Bellinzona poi a Lugano dove Colombo espone molte ceramiche con Gabriele Devecchi, Davide Boriani e Carlo Berta. Proprio per la loro ricerca di un dialogo con l’avanguardia storica, le ceramiche di Colombo, a quella data, sembrano tradire i riferimenti tradizionali e manuali che di solito si attribuivano a quel medium. La loro estraneità alle realizzazioni in ceramica del momento, le rendono oggetto di critica. Vicine ad un certo Fontana, di fatto, le ceramiche di Colombo si presentano come quadranti mutabili oppure come dischi dentati sovrapposti che possono essere ruotati sul proprio asse. Coeve alle sue opere cinetiche, se non addirittura una loro anticipazione, questi lavori sono manipolabili dagli osservatori che possono prendere parte alla trasformazione dell’opera. Se prendiamo ceramiche come Superficie variabile del 1959 (in cui mattoni in terracotta sono montati in una sorta di abaco) o Colonna Intermutabile del 1960 è chiaro il passaggio alle notissime Strutturazioni Pulsanti in polistirolo e ai corpi alveolari ruotanti in plexiglass, Strutturazioni Acentriche del 1962. Tutte opere, queste ultime, che hanno rappresentato un traguardo indiscutibile nell’arte cinetica degli anni Sessanta.
In questo senso, Vocale con accento non si limita a riportare alla luce un capitolo trascurato, ma invita a rileggere l’intero percorso di Gianni Colombo a partire da una materia che ne anticipa alcune delle intuizioni fondamentali. È dalla produzione ceramica che, per Colombo, la forma non è mai del tutto conclusa o data una volta per tutte: si offre alla manipolazione, si apre alla variazione e coinvolge lo spettatore in un’esperienza diretta e partecipata.
La mostra è in collaborazione con l’Archivio Gianni Colombo con l’assistenza curatoriale di Alberto Navilli, ed è accompagnata da un catalogo, pubblicato da Dario Cimorelli editore, che si concentra sull’intera produzione ceramica di Colombo attraverso i contributi di Marcella Beccaria, Lisa Hockemeyer e Marco Scotini, oltre a materiali inediti e foto d’archivio. |

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