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mercoledì 1 luglio 2026

MILO SACCHI AGENT ORANGE

 a cura di Bruno Corà

 

L'artista milanese, tra i pionieri della ricerca post-human in Italia,

presenta un nuovo progetto dedicato alle conseguenze ancora oggi visibili dell'Agent Orange, il defoliante impiegato dall'esercito statunitense

durante la guerra del Vietnam

 

Una mostra che trasforma la memoria di una tragedia storica

in una riflessione sul rapporto tra violenza, natura e responsabilità collettiva

 

 

11 luglio – 29 agosto 2026

 

Opening | sabato 11 luglio 2026, ore 19.00 – 21.00

 

 

Il Pastaio Via Roma 64, Ospedaletti (Imperia)

 



 

Milo Sacchi, confine Laos – Vietnam


Ospedaletti, 1 luglio 2026. C'è una violenza che continua ad agire anche molti decenni dopo la fine di una guerra. Non è quella delle armi, ma quella delle trasformazioni irreversibili che l'uomo imprime alla natura e agli esseri viventi. È da questa consapevolezza che nasce Agent Orange, la nuova mostra personale di Milo Sacchi, curata da Bruno Corà, che inaugura il prossimo 11 luglio presso Il Pastaio di Ospedaletti (11 luglio – 29 agosto 2026).

 

Tra gli artisti che, già dagli anni Ottanta, hanno anticipato in Italia le riflessioni oggi riconducibili al pensiero post-human, Sacchi sviluppa da oltre quarant'anni una ricerca che affronta le forme della disumanizzazione contemporanea, interrogando il rapporto tra etica, rappresentazione e responsabilità.

 

Il nuovo progetto prende il titolo dal nome in codice dell'erbicida utilizzato dall'esercito degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam per distruggere la vegetazione che offriva riparo ai combattenti vietnamiti. Contenente elevate concentrazioni di diossina, l'Agent Orange ha provocato conseguenze devastanti sull'ambiente e sulla salute umana, causando tumori, malformazioni congenite e alterazioni genetiche i cui effetti continuano ancora oggi a manifestarsi.

Le opere presentate in mostra restituiscono la memoria di quella tragedia attraverso immagini di animali segnati da profonde mutazioni, sottratte al flusso dell'informazione e trasformate dall'artista in potenti icone della responsabilità umana. Non semplici documenti, ma immagini che costringono lo spettatore a confrontarsi con ciò che normalmente preferirebbe non vedere.

 

Nel testo che accompagna la pubblicazione realizzata per la mostra, Bruno Corà accosta questa esperienza visiva ai grandi archetipi della cultura occidentale, dalla Medusa al fregio della Villa dei Misteri di Pompei. Come chi osservava indirettamente il volto della Gorgone per non esserne pietrificato, anche lo spettatore delle opere di Sacchi è chiamato a misurarsi con immagini difficili, che richiedono una disposizione interiore fondata sulla pietas e sulla volontà di conoscere il tragico della realtà senza sottrarsi allo sguardo.

Secondo Corà, Sacchi è stato tra i primi artisti a elaborare una sensibilità autenticamente post-human, molto prima che tali questioni diventassero centrali nel dibattito internazionale. Fin dagli esordi la sua opera denuncia, infatti, una progressiva perdita di umanità che non appartiene a un'alterità lontana, ma coinvolge direttamente ciascuno di noi ogni volta che scegliamo l'indifferenza di fronte alla violenza e alla sopraffazione.

 

Agent Orange conferma così la coerenza di una ricerca che utilizza l'immagine come strumento di testimonianza civile, trasformando la pratica artistica in un esercizio di coscienza critica capace di interrogare il presente attraverso la memoria.

 

Nato a Milano nel 1961, Milo Sacchi appartiene alla generazione di artisti che esordisce negli anni Ottanta. Il suo lavoro si distingue fin dagli inizi per un linguaggio che affronta i temi della trasformazione biologica, dell'ibridazione e della crisi dell'umano, anticipando questioni che diventeranno centrali nella riflessione artistica internazionale. Pur sviluppandosi autonomamente nel contesto italiano, la sua ricerca presenta significative affinità con quella di alcuni protagonisti della scena britannica degli anni Novanta, pur conservando un'impronta profondamente personale.

 

La mostra è accompagnata da una pubblicazione con un saggio critico di Bruno Corà.

BROTHERHOOD TABLE A CASA LEALI L'INCONTRO TRA DUE GRANDI FAMIGLIE DELLA RISTORAZIONE: "UNA CENA, QUATTRO FRATELLI" CON LA PECA

 

Degustazione d’estate Bollicine italiane e Moscato Wine Festival in tour

 


Gibellina – Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 PORTAMI IL FUTURO presenta GIBELLINA PHOTOROAD 2026 a cura di Arianna Catania

 


Edizione speciale del festival open air e site-specific di fotografia contemporanea tra architetture, piazze e spazio pubblico, inserito nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026

 

4 luglio – 6 settembre 2026

 

gibellina2026.it


 

Gibellina, 1 luglio 2026. Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

 

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice Grassi, Teresa Giannico, Jacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

 

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

 

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

 

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

 

L’edizione 2026 riunisce progetti che affrontano temi legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee. Tra questi Ruins of Renewal – nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966) – rappresenta uno degli interventi più significativi del programma. Sostenuto da Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, il progetto nasce da una lunga ricerca condotta con gli abitanti di Gibellina attraverso fotografie di album di famiglia e archivi cittadini.

Concepita come una “nuova piazza”, l’installazione monumentale di Kessels occupa lo spazio adiacente a Piazza Beuys e si configura come un luogo di incontro e partecipazione composto da immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Totem, strutture e sedute convertono la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.

 

Il rapporto tra memoria e appartenenza è al centro anche di RoundTrip di Alice Grassi (Catania, 1981), uno dei progetti simbolo della storia del festival. Nato nel 2016 e oggi ampliato, il lavoro affronta il tema dell’emigrazione giovanile siciliana.

Protagonisti sono giovani gibellinesi che hanno lasciato la città per studiare o lavorare altrove che vengono ritratti nei luoghi che “sentono casa”. Le fotografie, installate nelle finestre delle abitazioni della città, restituiscono simbolicamente una presenza a chi è partito, trasformando l’intero centro urbano in una mappa affettiva costruita da ricordi, emozioni e appartenenze.

 

Con Alphabet, Teresa Giannico (Bari, 1985) interviene invece nello spazio sospeso e monumentale del Teatro di Pietro Consagra. La sua installazione costruisce un alfabeto visivo fatto di immagini, frammenti e suggestioni che dialogano con l’architettura brutalista dell’edificio. Attraverso una ricerca che intreccia fotografia e immaginazione, Giannico invita il pubblico a comporre autonomamente significati e connessioni, trasformando il percorso espositivo in un’esperienza aperta e personale.

 

Tra i progetti che dialogano con l’identità e la memoria di Gibellina c’è Between di Jacopo Di Cera (Milano, 1981), videoinstallazione realizzata durante una residenza artistica al Grande Cretto di Alberto Burri, con il coinvolgimento diretto di quattordici abitanti della città. Attraverso una serie di video-loop ripresi dall’alto, il progetto mette in dialogo la dimensione monumentale dell’opera di Burri con i gesti minimi di vita quotidiana.

Corpi, ombre e movimenti ripresi dalla visione zenitale, attraversano il Cretto trasformandolo da luogo della memoria a spazio abitato. Il risultato è una riflessione poetica sul rapporto tra storia collettiva ed esperienza individuale, assenza e presenza.

Realizzata in collaborazione con HF4, International Art Hub, agenzia impegnata nella creazione e comunicazione di progetti culturali e nella costruzione di relazioni tra artisti, istituzioni e territorio, l’opera sarà presentata alla Fondazione Orestiadi.

 

Completa il percorso Redemption of Nature di Stefano Cerio (Roma, 1962), progetto sostenuto interamente da Strategia Fotografia 2025 della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e realizzato in collaborazione con il mudaCMuseo delle arti di Carrara.

Attraverso fotografie e video realizzati in Sicilia e Sardegna, l’artista indaga i processi di rigenerazione della natura dopo i grandi incendi che hanno colpito il Mediterraneo negli ultimi anni. Le immagini, installate all’aperto nel paesaggio di Gibellina, costruiscono una riflessione sul rapporto tra emergenza climatica, trasformazione ambientale e capacità di rinascita dei territori.

 

In città sarà possibile visitare anche le due installazioni Una città quasi infinita di Paolo Ventura (presentata all’edizione 2025 di Gibellina Photoroad), il fotomosaico permanente Gibellina selfie di Joan Fontcuberta (realizzato in occasione di Gibellina Photoroad 2019), Hollywood di Salvatore Di Gregorio, e il progetto realizzato nel 2025 con gli abitanti Singolare Plurale: un ritratto per la città. Questi interventi sono inseriti in un percorso espositivo diffuso nei bar e negozi della città.

 

Accanto alle mostre, il festival celebra il proprio decennale con la pubblicazione di un catalogo dedicato ai dieci anni di attività, un volume che raccoglie materiali d’archivio, immagini e contributi di artisti e studiosi che hanno accompagnato la storia di Gibellina Photoroad, restituendo il percorso di un progetto che ha contribuito a ridefinire il rapporto tra fotografia contemporanea e spazio pubblico in Italia che sarà presentato il 30 luglio.

 

Il programma inaugurale, previsto per il 4-5 luglio e il 30 luglio, prevede incontri con gli artisti, visite guidate, presentazioni editoriali e momenti di partecipazione aperti alla cittadinanza, confermando come il festival sia uno spazio di confronto tra creativi, abitanti e visitatori, che valorizza la fotografia come linguaggio interprete del presente, capace di attivare nuove relazioni con le comunità.