È in corso a Palazzo Pepoli la mostra del Premio FotoGrafia promosso da do ut do, dedicato al tema Identità e rivolto agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. L’esposizione presenta le quattro opere selezionate dalla Giuria e sarà visitabile fino al 10 marzo 2026.
Il primo premio è stato assegnato ad Alessandro Para, autore della fotografia Tombarolo al lavoro, per l’intensità espressiva e la perizia esecutiva che rende il soggetto ritratto unico e strettamente legato al tema del concorso. L’opera è parte del progetto So Far. Il lavoro documenta la regione del Maramureș, nel nord-ovest della Romania al confine con l’Ucraina, indagandone la ruralità e le tradizioni. L’immagine restituisce con intensità un contesto culturale che, pur resistendo con tenacia, sta progressivamente cedendo alla monocromia della contemporaneità. La fotografia si distingue per rigore formale e forza narrativa, ponendo al centro il rapporto tra memoria, identità e trasformazione sociale. Il secondo premio alla studentessa Federica Benati, autrice di una fotografia intitolata Loro, per gli interrogativi che l’immagine pone nei confronti del tema dell’intelligenza artificiale. Attraverso il sito “This Person Doesn’t Exist” l’artista ha generato volti di uomini, donne e bambini di differenti etnie: persone che non sono mai esistite. Successivamente trasformati in fototessere, foto normalmente destinate a certificare un’identità reale, qui diventano veicolo di finzione. Il terzo premio, ex-aequo, è stato vinto dagli studenti Paolo Saputo per Lucidi e Francesca Ciuffini per Intima superficie, per aver espresso con capacità narrative e autobiografiche la propria generazione.
La Giuria del Premio era composta da Alessandra D’Innocenzo, presidente do ut do, Maurizio Marinelli, membro del comitato scientifico do ut do e del consiglio di amministrazione della Fondazione Nino Migliori ETS, Lorenzo Balbi, direttore artistico del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e responsabile dell’Area Arte Moderna e Contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei, Walter Guadagnini, critico d’arte, saggista e curatore, Enrico Fornaroli, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, Stefano W. Pasquini, artista, curatore e scrittore, Paola Binante, fotografa e coordinatrice del corso specialistico di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e l’ISIA di Urbino, Silvia Camporesi, artista.
La mostra a Palazzo Pepoli rappresenta un ulteriore momento di valorizzazione del Premio FotoGrafia, nato per sostenere e promuovere la ricerca delle giovani artiste e dei giovani artisti, offrendo loro strumenti concreti per proseguire il proprio percorso nel campo dell’immagine.
Il Premio FotoGrafia promosso da do ut do, dedicato al tema Identità, nasce dalla volontà di aprire un ambito concreto di ricerca e maturazione per le giovani artiste e i giovani artisti, in un momento storico in cui la formazione visiva è sempre più esposta alla velocità dei flussi e alla semplificazione delle immagini. Istituire questa prima edizione significa affermare una responsabilità culturale: sostenere pratiche che non si limitino alla produzione di forme, ma sviluppino consapevolezza critica, capacità di lettura del reale e posizionamento etico dello sguardo. La possibilità stessa del Premio prende forma grazie ai sostenitori di do ut do, il cui contributo non si configura come sforzo o mero sostegno, ma come partecipazione consapevole e gioiosa a un processo di crescita culturale condivisa. È in questa alleanza tra responsabilità e desiderio che si radica l’azione del progetto: rendere reale per le nuove generazioni un’esperienza di ricerca e formazione dello sguardo. Il Premio si inscrive nella tradizione della fotografia intesa non come linguaggio di registrazione ma come pratica critica: un campo in cui l’immagine non certifica il reale, lo mette in discussione. In questa prospettiva, l’identità non appare come dato stabile o riconoscibile, ma come costruzione fragile e stratificata, attraversata da fratture storiche, sociali ed esistenziali che la fotografia non ricompone ma espone. Qui l’immagine non è prova ma interrogazione. Non produce evidenze: produce attrito. L’atto del fotografare diventa una presa di posizione — non sul visibile, ma sul modo in cui il visibile prende forma e significato. Vedere coincide con il problematizzare; rappresentare implica assumere una responsabilità rispetto a ciò che emerge e a ciò che resta ai margini dell’attenzione collettiva. È in questo scarto che il progetto riafferma la dimensione etica della ricerca artistica. L’arte non è chiamata a generare oggetti, ma consapevolezza; non a confermare identità, ma a mostrarne l’instabilità; non a semplificare il reale, ma a sostenerne la complessità. Sostenere giovani autori significa allora sostenere la formazione di sguardi capaci di abitare criticamente il presente. do ut do si configura così come un dispositivo culturale orientato alla produzione di senso, in cui formazione, sperimentazione e relazione convergono. L’identità, in questo orizzonte, non è tema ma campo di tensione: una soglia mobile in cui soggetto, storia e rappresentazione si ridefiniscono continuamente. È proprio in questa instabilità — non come mancanza ma come condizione conoscitiva — che si apre la possibilità di una ricerca autentica. La domanda non è l’esito del percorso: ne è l’origine, il luogo da cui ciascuno è chiamato a misurare la propria posizione nel mondo.
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Alessandro Para, Tombarolo al lavoro, 2025. Stampa Fine Art su D-Bond. Cornice Americana in legno noce Canaletto, 50x60 cm
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Federica Benati, Loro, 2025. Stampa su carta Canson Satin 270 gr., 3,5x4,5 cm / foto |
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Francesca Ciuffini, Intima superficie, 2026 (dittico). Foto digitali su carta fotografica, 30x40 cm
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Paolo Saputo, Lucidi, 2024. Cartelline da ufficio, stampa digitale su carta Fedrigoni Sirio Pearl, 3x75x20 cm |








