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giovedì 9 aprile 2026

Imprese: nuova Direttiva UE Anti-GreenWashing, ecco cosa fare per essere in regola

 


La Direttiva UE 2024/825, anti-Greenwashing, rivoluziona la comunicazione ambientale ed etica delle imprese, che hanno ancora qualche mese di tempo per adeguarsi

Roma, 9 aprile 2026 – Il 27 marzo scorso l’Italia ha recepito la Direttiva Europea che regola la comunicazione ambientale delle imprese europee, che dovrà per forza di cose cambiare in modo sostanziale. La Direttiva UE 2024/825, nota come Direttiva "Empowering Consumers", introduce divieti precisi e sanzioni concrete per tutti quei claim ambientali vaghi, non verificabili e non supportati da dati reali che negli ultimi anni hanno invaso etichette, siti web e campagne pubblicitarie del settore alimentare.

Le scadenze previste dalla nuova Direttiva

Oggi

La Direttiva è già in vigore a livello europeo. Avviare la revisione dei materiali di comunicazione. (Packaging, sito web, cataloghi, Social Media).

27 marzo 2026

Scadenza per il recepimento della Direttiva nell'ordinamento italiano.

27 settembre 2026

Entrata in applicazione delle nuove disposizioni. Le violazioni diventano perseguibili.

 

Cosa vieta la nuova normativa

La Direttiva 2024/825 modifica il Codice del Consumo italiano introducendo il divieto esplicito di asserzioni ambientali generiche: qualsiasi messaggio, verbale, grafico o simbolico, che suggerisca un impatto positivo, nullo o ridotto sull'ambiente senza essere supportato da dati reali e metodologie verificabili.

Vietati quindi claim come "sostenibile", "eco-friendly", "rispettoso dell'ambiente", "a basso impatto" o "impatto zero" se privi di evidenze tecniche specifiche alla propria produzione. Vietati i marchi di sostenibilità auto-attribuiti, cioè inventati dall'azienda senza un sistema di certificazione indipendente. Vietate le promesse ambientali future, "entro il 2030 saremo carbon neutral", se prive di un piano dettagliato con obiettivi misurabili e verifica periodica da parte di terzi.

Non si tratta di norme lontane nel tempo, visto che la giurisprudenza italiana si è messa in moto già da un po’.

Nel luglio 2025 il Tribunale di Milano ha emesso ad esempio un provvedimento inibitorio nei confronti di un'azienda italiana, censurando una serie di claim ritenuti pratiche commerciali ingannevoli, perché contenenti "proposizioni indimostrate e non verificabili".

Tra i messaggi espressamente vietati dal tribunale asserzioni come "alti standard di impatto ambientale", "i più alti standard di sostenibilità", "maglieria impatto 0".

"I tribunali italiani hanno già iniziato a censurare questo tipo di comunicazione. Con il recepimento della Direttiva, i poteri di intervento dell'AGCM si rafforzeranno ulteriormente. Il rischio non è teorico: è già concreto”, afferma Cesare Patara, co-fondatore VEGANOK.

Chi è certificato non corre rischi

Una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito pubblico, riguarda la differenza tra un claim ambientale generico e una certificazione etica riconosciuta.

Nel settore vegan ad esempio, dove la comunicazione spesso intreccia identità etica e sostenibilità ambientale, la novità normativa ha generato comprensibile preoccupazione.

Ma ci sono buone notizie per il settore, visto che l'Osservatorio VEGANOK chiarisce che “chi opera con una certificazione vegana ufficiale, come ad esempio VEGANOK, non ha motivo di preoccuparsi, perché è già in regola con le nuove norme ed ha già un vantaggio competitivo sulle aziende concorrenti”.

La certificazione VEGANOK è infatti una certificazione etica riconosciuta a livello internazionale, e non solo un inflazionato claim ambientale.  Non dichiara ad esempio che un prodotto riduce le emissioni di CO2, non afferma che la produzione ha impatto zero sul clima, e non promette minori consumi idrici o energetici.

Certifica qualcosa di diverso e più preciso, ossia che il prodotto è adatto ai consumatori vegani e conforme al disciplinare VEGANOK, consultabile liberamente e pubblicamente su   www.veganok.com/certificazione.

Questo significa assenza di ingredienti di origine animale, assenza di test su animali commissionati o condotti, e un packaging privo di affermazioni eticamente incompatibili per ormai moltissimi consumatori vegani e vegetariani.

Un tipo di certificazione quindi che la Direttiva 2024/825 tutela. La norma permette di comunicare infatti caratteristiche etiche, incluso il benessere degli animali, citato testualmente nel testo della Direttiva, a condizione che ci si affidi a un sistema di certificazione valido, aperto, trasparente e basato su un disciplinare pubblico elaborato con esperti. Requisiti e valori etici che certificazioni come VEGANOK soddisfa e rappresenta in tutta Europa da oltre venticinque anni.

Un esempio: cosa si può dire o non dire nel settore vegano

Lecito

"Questo prodotto è certificato VEGANOK: nessun ingrediente di origine animale, nessun test su animali."

Asserzione etica supportata da certificazione indipendente.

A rischio

"Scegliere vegan è la scelta più sostenibile per il pianeta. La nostra produzione è a impatto zero."

Asserzione ambientale generica, senza dati misurabili sulla specifica filiera produttiva.

Sebbene la letteratura scientifica sull'impatto ridotto della dieta vegetale sia solida, non è concesso trasformare questa correlazione in un claim aziendale specifico, come ad esempio "produrre vegan fa bene al pianeta", "la nostra produzione è a impatto zero".

Senza dati propri misurati e verificabili diventa un'asserzione ambientale generica, e quindi vietata, a partire dal 27 settembre 2026.

La regola pratica per le aziende del settore è quindi netta: la certificazione VEGANOK comunica che l’azienda è etica, mentre i claim ambientali sulla propria produzione richiedono dati propri, misurati e verificabili.

Tenere quindi questi due livelli distinti nella comunicazione è la scelta più sicura, e oggi la più protetta dalla legge.

Il valore della certificazione cresce

Con questa Direttiva il mercato si depura quindi dalla comunicazione infondata, mentre i marchi fondati su sistemi di certificazione strutturati, con disciplinari pubblici, requisiti specifici per categoria di prodotto e verifiche documentali indipendenti, acquistano sempre più valore agli occhi dei consumatori e quindi sul mercato.

 

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