A Messina, il 29 aprile, Casa e Putìa apre le porte agli chef Martina Dodeci e Rushan Xhafaj del ristorante Demenna di San Marco d’Alunzio, affascinante borgo montano incastonato tra i Monti Nebrodi, per raccontare una versione inedita della cucina balcanica che si fonde con la materia prima siciliana. Il titolo è già una dichiarazione: Il mondo è piatto: i Balcani abbracciano i Nebrodi. «In un momento storico in cui il gusto globale tende a uniformarsi — stesso lessico, stessi ingredienti, stessi format —», spiega Adriana Sirone, socia e cofondatrice di Casa e Putìa, «la risposta non è chiudersi, ma mescolare con consapevolezza, contaminarsi e restituire nuove idee e prospettive». Per farlo, Casa e Putìa invita il ristorante Demenna, guidato da Rushan Xhafaj, chef di origine albanese che nei Nebrodi ha trovato una seconda grammatica gastronomica, insieme a Martina Dodeci, siciliana di San Marco d’Alunzio. Dopo esperienze in cucine di alto profilo internazionale, i due scelgono di mettere radici in Sicilia, trasformando il piccolo borgo — appena duemila abitanti, tra i più belli d’Italia — nel loro progetto di vita e cucina. Formati all’Alma e passati da realtà prestigiose, da Copenaghen a San Sebastián, con Demenna danno forma a un “luogo di ristoro” che supera le etichette e si concentra su una cucina personale, fatta di memoria e contaminazioni, dove la materia prima siciliana e la stagionalità restano centrali, ma vengono rilette attraverso esperienze e linguaggi contemporanei. «Quella del 29 aprile non sarà la solita cena a quattro mani vissuta come un esercizio di stile, né un viaggio esotico di facciata», afferma Rushan Xhafaj. «Sarà un racconto da attraversare, piatto dopo piatto: si parte dalle antiche rotte commerciali tra Albania e Sicilia, passando dalla memoria delle comunità arbëreshë, per arrivare a piatti che vogliono esprimersi con un linguaggio nuovo, vivo, che chiede di essere condiviso». Gli ingredienti siciliani attraversano così la concretezza della cucina balcanica, cambiando prospettiva e ritornando in una forma inedita e dimostrando che le tradizioni non sono mai statiche, ma vivono di scambi continui. Una visione che Casa e Putìa porta avanti da sempre, riconoscendosi più come luogo di passaggio che di sosta, uno spazio in cui le storie gastronomiche si intrecciano senza perdere profondità. Il menu si apre con il tarator, salsa fresca di yogurt, aneto e cipolla in agrodolce, accompagnata da sgombro marinato: un inizio che richiama la convivialità della meze balcanica. Si prosegue con il Carciofo Catania–Tirana, dove la tradizione siciliana si intreccia con la trahana fermentata, arricchita da note minerali di lattuga di mare e un tocco di liquirizia. Il risotto alla “Penicillina illirica” rilegge in chiave contemporanea il conforto del brodo di pollo, mentre la guancia di manzo, tra terrina, funghi dei Nebrodi e verdure in conserva, evoca la profondità della paçe balcanica. Chiude il kadaif, alleggerito da un cremoso alle noci e da un gelato alla cera di ape nera sicula, per un finale che trasforma la dolcezza in qualcosa di più sottile ed essenziale. A tenere il ritmo della serata sono i vini di Baglio del Cristo di Campobello, scelti non per accompagnare ma per dialogare. Niente abbinamenti timidi: la cucina balcanica, fatta di fuoco, spezie e materia, richiede vini capaci di reggere il confronto — e qui lo trovano. Da una parte piatti densi, generosi, quasi materici; dall’altra vini strutturati, figli di una terra calcarea e abbagliante come quella di Campobello di Licata. A fare da ponte, una freschezza minerale che agisce come una corrente d’aria: pulisce, alleggerisce, invita al boccone successivo. Più che un abbinamento, un equilibrio dinamico. Al dessert, che unisce l’infanzia balcanica e le radici di una Sicilia antica, sarà abbinato Marena di Antonella, un vino aromatizzato frutto di un’antica ricetta di famiglia della fine dell’ottocento, prodotto dalla unione di mosto pregiato e prodotti selezionati del territorio quali mele cotogne, fichi secchi, carrube, foglie di amarena e mandarini acerbi. |
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