 | | L’arte contemporanea ad Amistà non è solo un elemento accessorio, ma parte dell’identità del luogo, a tal punto che il dialogo con le opere che abitano il Byblos Art Hotel Villa Amistà prosegue fino alle sale del ristorante. Quella di Recchia, non vuole essere una riproduzione di un’opera attraverso il cibo, ma una trasposizione di un’idea di composizione attraverso superfici, materia, campiture, contrasti, sottrazioni e percezioni.
È con questi presupposti che Pietro Recchia ha realizzato due dessert ispirati a due artisti apparentemente lontani e tuttavia complementari: Verde e Rosso, nel menu vegetale Terrae, nasce dal confronto con la pittura di Mark Rothko; Nero Plastica, nel menu Oltre il Confine, guarda invece alla ricerca materica di Alberto Burri. Due figure che hanno portato l'arte e la pittura oltre la rappresentazione e che, proprio attraverso strumenti diversi, hanno interrogato il rapporto tra forma, materia e astrazione.
Rothko: il colore come spazio esperienziale Nel menù vegetale Terrae, il dessert nasce dal confronto con l’espressionismo astratto di Mark Rothko e dei suoi Color Field Paintings. In Verde e Rosso non c’è un’immagine da riconoscere. Il dessert lavora sull’astrazione cromatica e sulla capacità del colore di generare una sensazione prima ancora di un significato. |  | Fragola, fiori di ibisco, lattuga e verbena costruiscono una composizione essenziale nella quale il vegetale diventa materia cromatica. Gli ingredienti non sono chiamati soltanto a definire un gusto, ma partecipano alla costruzione visiva del piatto: il colore assume una funzione compositiva, mentre le diverse componenti concorrono a creare un campo percettivo dedicato all’osservazione, nel quale la degustazione arriva in un secondo momento.
È qui che il riferimento a Rothko diventa particolarmente interessante. Nella sua ricerca il colore non è semplicemente ciò che riveste una forma: diventa uno spazio nel quale lo sguardo può sostare, immergersi, perdere progressivamente i propri riferimenti figurativi. Anche Verde e Rosso procede per sottrazione: non racconta, non illustra, non cerca una forma riconoscibile. Suggerisce soltanto.
Il primo gesto, dunque, è guardare. Solo dopo arriva l’assaggio, e le due esperienze possono sovrapporsi senza che sia necessaria una spiegazione. Il gusto non deve spiegare le campiture cromatiche e le campiture cromatiche non anticipano il gusto: entrambe partecipano alla stessa esperienza immersiva.
Burri: quando la superficie si rompe Con Nero Plastica il processo cambia radicalmente. Se Rothko porta Recchia verso il colore e la sottrazione, Burri lo conduce dentro la materia. |
|  | | Cioccolato, pane tostato e nocciola diventano texture, contrasti, fratture e profondità. Qui la superficie non è un semplice supporto, ma diventa parte del linguaggio del dessert. La consistenza acquista quindi una funzione strutturale: è attraverso ciò che si rompe, si stratifica e si contrappone che il gusto prende forma.
Il riferimento è alla serie Nero Plastica di Alberto Burri e alla sua ricerca sulla materia come elemento espressivo, che lo porteranno ad essere uno dei maggiori esponenti dell’Arte Informale e pionere dell’Arte povera. La plastica, sottoposta dall’artista all’azione del fuoco, perde la propria funzione originaria e diventa rottura, piega, tensione, irregolarità. È proprio questa trasformazione a interessare Recchia: non la possibilità di “riprodurre” Burri nel piatto, ma quella di portare nel dessert la sua idea di materia viva in costante mutamento. |
|  | Da qui la scelta di non cercare una superficie perfettamente integra e levigata, ma piuttosto viva e frammentata. Contrasto e discontinuità diventano parte del dessert, introducendo profondità e spazio.
È una ricerca che Recchia aveva già affrontato in passato con un dessert ispirato a Grande Rosso, confermando come il confronto con l’arte di Burri non sia per lui una semplice suggestione estetica, ma una direzione progettuale precisa.
Il dessert non chiude, trasformaRothko e Burri rappresentano due direzioni quasi opposte. Il primo lavora sulla sottrazione, sul colore, sulla dilatazione dello spazio percettivo. Il secondo sulla materia, sulla superficie, sulla stratificazione e sulla frattura.
La formazione artistica del Pastry Chef Pietro Recchia entra così nella cucina senza trasformarla in una galleria d’arte e senza cercare di riprodurre un’opera in un piatto. L’arte diventa piuttosto un modo di guardare, uno strumento di pensiero. Il colore può diventare ingrediente. La superficie può diventare consistenza. È il metodo di concezione dell’opera a trasformarsi in processo creativo e il dessert viene ideato come un atto compositivo prima ancora che come una preparazione.
È anche per questo che, ad Amistà, il dessert non rappresenta necessariamente la conclusione del menù: il percorso può dunque continuare oltre l’ultimo piatto, non con un’immagine da riconoscere, ma con qualcosa da osservare, assaggiare e, soprattutto, ricordare.
Credits Foto Aromi.Group |
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