Veduta dell’allestimento, "Kaari Upson. Dollhouse - Una retrospettiva" © MASI Lugano, foto: Alfio Tommasini |
“Kaari Upson. Dollhouse”, il percorso espositivo La mostra, ospitata negli spazi della sala ipogea del LAC, inizia immergendo il pubblico fisicamente e simbolicamente in una delle ossessioni che per anni hanno segnato la produzione iniziale di Kaari Upson, il Larry Project (2005-2012). Il progetto prende avvio dalla figura reale e al tempo stesso immaginaria di “Larry”, un vicino dei genitori dell’artista a San Bernardino, nella cui casa abbandonata Upson si introduce dal 2003. Con un approccio quasi forense, l’artista tenta di ricostruirne la vita e l’identità, trasformandolo in alter ego e schermo di proiezione di una ricerca febbrile, in bilico tra ossessione, gioco di ruolo e trasgressione. Il percorso si apre con la grande installazione Recollection Hysteria (2012) che riproduce una stanza della casa di Larry. La replica, ottenuta da Upson attraverso una complessa procedura con il lattice liquido, è quasi perfetta, ma pavimento, soffitto e pareti risultano ribaltati e disorientanti: affiora così un universo in cui inversioni, sdoppiamenti e rispecchiamenti materiali dello spazio diventano il riflesso opaco e inquietante di dinamiche psichiche complesse. Nell’immaginario di Upson, Larry è corpo, doppio e proiezione, su cui l’artista interviene in più modi. Nei Kiss Paintings (2007-2008), ad esempio, il suo ritratto diventa un’immagine con cui fondersi: Upson sovrappone infatti il dipinto ancora fresco del proprio volto a quello di Larry, dando vita a una compenetrazione pittorica che intreccia le identità dei due soggetti. Nel video As Long as It Takes – Part 1: The Head (2008) Larry è un corpo da sezionare, svuotare e infine indossare come una seconda pelle; in Untitled (Charcoal Figures) (2009) diventa invece una presenza carbonizzata: l’opera suggerisce il tentativo di Upson di consumare l’ossessione che per anni ha alimentato la sua ricerca, per liberarsene definitivamente. Per l’artista una possibile chiave d’accesso all’intimità delle persone sono le tracce materiali lasciate dai corpi su oggetti domestici, come divani e materassi. Diverse sculture in poliuretano e silicone dei primi anni dieci, esposte in mostra nella sezione La vita delle cose, nascono infatti da calchi di lattice di vecchi materassi trovati sulle strade di Los Angeles, su cui Upson interviene successivamente. Come nella scultura-materasso 192, su cui grandi macchie nere, ottenute con carbone e pigmenti, enfatizzano l’impronta di due corpi. Ad Upson non interessa la riproduzione perfetta, per lei il significato profondo si insinua proprio tra le deformazioni e le imperfezioni del processo di copia. |
Veduta dell’allestimento, "Kaari Upson. Dollhouse - Una retrospettiva" © MASI Lugano, foto: Alfio Tommasini |
L’attenzione per il raddoppiamento ritorna nell’imponente installazione THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE presentata nella sezione Dollhouse – una miniatura gigante, che dà il titolo alla mostra. Per questo lavoro Upson ha digitalizzato e ricostruito su larga scala la casa delle bambole appartenuta alla madre trasformando il modello domestico – un tempo luogo di gioco e intimità – in una cupa quinta teatrale, su cui mettere in scena conflitti e ruoli familiari e di genere tramandati per generazioni. Per Kaari Upson i legami di sangue portano anche riflessioni sulla malattia e sulla transitorietà. Nei lavori degli ultimi anni lo sguardo dell’artista si sposta progressivamente dall’esterno verso la propria storia e il proprio corpo, come emerge dall’ultima sezione della mostra dedicata al tema Corpo, memoria e fallibilità. Le opere di questo periodo testimoniano un continuo esperimento su di sé: il corpo si frantuma e si sovrappone a quello materno, trasformandosi in luogo di memoria e dissoluzione. È esemplare, in questo senso, l’installazione Mother’s Legs, in cui Upson costruisce una sorta di foresta di gambe sospese, modellate a partire dai calchi delle proprie ginocchia e dal tronco dell’albero che cresceva nel giardino della casa dei genitori, poi abbattuto. Camminando tra queste forme sospese al soffitto, che ricordano delle mezzene appese in un macello, un senso di inquietudine si intreccia ai ricordi d’infanzia, quando all’altezza delle ginocchia della madre era ancora possibile trovare conforto e protezione. I Foot Face Paintings (2020-2021) costituiscono l’ultima serie di opere di Kaari Upson. Tutti i dipinti su carta ripetono un unico soggetto: un volto dagli occhi spalancati, parzialmente coperto da un piede. Il progetto, che prevedeva la realizzazione di un disegno al giorno per un anno intero, resterà incompiuto a causa della morte prematura dell’artista. Presentati come un diario visivo, i 140 dipinti rimangono come un’intensa e toccante registrazione quotidiana dei suoi ultimi mesi di vita. La mostra è accompagnata da un catalogo illustrato pubblicato da DISTANZ Verlag e curato da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi. Il volume comprende saggi critici di Francesca Benini, Tobia Bezzola, Elena Filipovic, Michael Ned Holte, Johan Holten, Nanna Stjernholm Jepsen, Anders Kold e Paulina Pobocha. L’edizione italiana del catalogo si basa sulla prima edizione in lingua inglese, pubblicata dal Louisiana Museum of Modern Art e curata da Lærke Rydal Jørgensen, Kaspar Thormod e Anders Kold. |
Kaari Upson con Mother’s Legs (2018-2019), Go Back the Way You Came, Kunsthalle Basel, 2019 Foto: Dominik Asche © Esmé Trust / Kaari Upson Trust |
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