1 ottobre – 19 dicembre, 2026 GióMARCONI |
La Galleria Gió Marconi è lieta di annunciare Song of the Sirens, la quinta mostra personale di Nathalie Djurberg e Hans Berg in galleria. Proseguendo un dialogo e una collaborazione consolidati nel tempo, gli artisti tornano negli spazi storici di via Tadino 15, trasformando la galleria in un paesaggio sospeso tra apparizione e desiderio, memoria e immaginazione.
Immerse in una penombra diffusa, le sale sono attraversate da animazioni stop-motion. Ogni video ruota attorno a un singolo elemento scultoreo sovradimensionato — un naso, un orecchio, dei glutei — forme modellate in argilla e presentate come marmoree, isolate e amplificate, volutamente alterate e reinterpretate per accrescerne la forza evocativa. Al tempo stesso solenni e assurde, queste presenze sembrano appartenere a un repertorio simbolico in cui il corpo si fa frammento, reliquia ed enigma. Le animazioni si sviluppano attraverso gesti lenti e rituali, in una tensione costante verso qualcosa che non giunge mai a compiersi del tutto. Intorno ai grandi frammenti anatomici prendono forma figure, anch’esse modellate in argilla, dai tratti e dagli attributi volutamente amplificati, la cui presenza contribuisce a costruire una narrazione ambigua e aperta, sospesa tra attrazione e attesa. Nulla raggiunge una conclusione, nulla si offre pienamente allo sguardo: ogni azione rimane sulla soglia dell'accadere, trattenuta in uno stato di continua sospensione che alimenta il desiderio anziché soddisfarlo. Sculture dalla superficie marmorea raffiguranti frammenti del corpo umano scandiscono ulteriormente il percorso espositivo, fungendo da punti di ancoraggio all'interno di un ambiente che oscilla tra giardino e visione, tra paesaggio naturale e scenario onirico. Le loro forme riprendono e traducono nello spazio tridimensionale i motivi anatomici presenti nelle animazioni proiettate sulle pareti, instaurando un dialogo continuo tra le diverse sale della galleria. Dettagli corporei isolati, ingranditi e trasformati riaffiorano infatti lungo l’intera mostra in configurazioni differenti, dando vita a un lessico visivo ricorrente che contribuisce a unificare lo spazio e ad amplificare la sensazione di trovarsi all’interno di un paesaggio sospeso, dove immagini e oggetti sembrano riflettersi continuamente gli uni negli altri. Sul pavimento e alle pareti, un campo di fiori monumentali e fuori scala punteggia lo spazio espositivo: presenze silenziose che emergono da una sottile nebbia e che trasformano le sale in un giardino sospeso tra realtà e immaginazione. La loro scala amplificata altera la percezione dell'ambiente, contribuendo a definire uno scenario al tempo stesso familiare e straniante, in cui elementi naturali e visioni fantastiche convivono in un equilibrio precario.
Song of the Sirens rimanda al desiderio più che all'oggetto del desiderio. In questa mostra, la “sirena” diventa metafora di una tensione priva di un destinatario definito, di un desiderio che si è emancipato dal possesso e rimane aperto alla possibilità. È quell'istante sospeso tra il crepuscolo e l'alba in cui ciò che si osserva non è ancora del tutto distinguibile e l'immaginazione interviene a completare ciò che lo sguardo non riesce a definire. È lo spazio della suggestione, in cui il desiderio non viene mostrato ma evocato, ricordato, trasformato in racconto. Le narrazioni emergono dall'assenza, le fantasie si intrecciano al mito e ciò che appare inaccessibile trova una nuova dimensione attraverso l'immagine e la finzione. Il desiderio diventa creatura, diventa monito, diventa poesia. Ciò che nella vita appare proibito si fa sacro nel momento della narrazione. |

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