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martedì 4 febbraio 2020

ALLA FONDAZIONE ADOLFO PINI LA MOSTRA BONGIOVANNI RADICE UNA PITTURA BORGHESE A cura di Marco Meneguzzo Fino al 27 marzo 2020 Fondazione Adolfo Pini – Corso Garibaldi 2, Milano

Fino al 27 marzo 2020, la Fondazione Adolfo Pini presenta la mostra Bongiovanni Radice Una pittura borghese, a cura di Marco Meneguzzo. Per la prima volta, nello spazio al piano terra della Fondazione saranno esposti, in una veste insolita, i lavori pittorici dell’artista, la cui valorizzazione rappresenta uno degli scopi principali dell’Ente.

Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), zio materno di Adolfo Pini, visse e lavorò nell’elegante palazzina di fine Ottocento in corso Garibaldi 2, dove il nipote diede vita alla Fondazione Adolfo Pini anche con l’obiettivo di promuovere l’arte in tutte le sue forme, attraverso studi, esposizioni e il sostegno a giovani artisti emergenti.

Le opere in mostra raccontano la carriera pittorica e l’anima di Bongiovanni Radice, dal ventennio del Novecento fino agli ultimi anni della sua produzione artistica (1970). I cinquant’anni in cui si dipana la sua vicenda sono probabilmente tra i più vulcanici di tutta la storia dell’arte, ma Bongiovanni persegue la sua strada in solitaria, senza preoccuparsi delle “novità”. Cerca infatti di affinare sempre più quell’idea di pittura tradizionale in cui si riflettono mille suggestioni mutuate da altrettanti artisti, che assume allo stesso tempo quell’aspetto di “decoro” tipico della borghesia industriale milanese. Quasi una ricetta: conoscere tutto, prendere il meglio, lasciar sedimentare sino a quando il meglio, raffreddato, non rischia più di bruciare il palato.

I maestri cui Bongiovanni Radice attinge direttamente - per frequentazione o indirettamente - sono: Attilio Andreoli, André Lhote, Arturo Tosi, Carlo Carrà, Alberto Magnelli (nella sua fase figurativa a cavallo del 1930), Maurice Utrillo, Mario Mafai, Virgilio Guidi, Filippo De Pisis, Piero Marussig, Giorgio Morandi, indietro fino a Tranquillo Cremona, a Edgar Degas, persino a Eugène Delacroix. Si riconosce allora una derivazione ottocentesca importante, una pacata adesione agli stilemi del Novecento italiano, senza però il monumentalismo delle figure, che non sono tra i soggetti preferiti di Bongiovanni, dopo il suo primo periodo, e una curiosità spinta sin quasi alla citazione dei vedutisti più famosi tra Sette e Ottocento. Ma ciò che alla fine esce da tutte le opere è la malinconia di un uomo solo con sé stesso, impegnato in un rapporto stretto con la natura - di qui la vocazione al paesaggio -, cui chiede risposte all’esistenza, mentre le città che pure ha amato - Milano, Parigi, Venezia - sono quasi sempre ritratte in inverno e vuote dei loro abitanti.
Prima di essere un pittore, Renzo Bongiovanni Radice è un uomo del suo tempo. Un’affermazione che, applicata al pittore, assume il valore contemporaneamente di una conferma e di una rinuncia. Una conferma, nel senso della sua vocazione artistica e pittorica; una rinuncia, perché l’ambito familiare – cioè il contesto altoborghese entro cui viveva – lo ha amabilmente distolto dal poter vivere appieno questa esperienza esistenziale.

Nessuno lo ha costretto ad occuparsi d’altro, ma la sua certa vocazione malinconica e le difficoltà del sistema dell’arte – così aggressivo e a tratti spietato nella competizione tra artisti – l’hanno indotto a non entrare nell’agone e a rimanere per così dire in bilico tra la pittura come mestiere e la pittura come diletto. Proprio la comprensione della famiglia nei confronti della sua vocazione gli ha consentito di sperimentare in assoluta tranquillità i segreti della pittura.

lunedì 3 febbraio 2020

Donazione Levi: in mostra alla Project Room le ceramiche decorate ad aerografo negli anni ‘30



Il MIC espone per la prima volta 35 pezzi di manifatture europee e italiane donati dal collezionista e studioso Giorgio Levi.

L’8 febbraio (ore 17) inaugura nella Project Room la mostra delle opere donate da Giorgio Levi. Si tratta di 35 pezzi, per lo più servizi da tavola, decorati ad aerografo di manifattura italiana ed europea degli anni '30.
I primi esempi della tecnica dell’aerografo applicata alla ceramica risalgono al clima modernista della Repubblica di Weimar e del Bauhaus in Germania. Poi la tecnica si diffuse anche in Italia a partire dalle metà degli anni ’20, in pieno gusto Decò.
In mostra alcuni esemplari di ceramiche tedesche sono affiancati a pezzi delle principali manifatture italiane. Tra tutte si distingue la Galvani di Pordenone che negli anni ’30 realizza un’imponente produzione di terraglie a costi ridotti caratterizzate da colori accesi dati dalla bassa temperatura e decorazioni all’aerografo di facile accesso e consumo.
Alla Galvani si accostano altre manifatture, di dimensioni medie e piccole, che hanno utilizzato l’aerografo in modo creativo e innovativo: le Ceramiche Rometti di Umbertide, Ceramiche Tosin - La Freccia di Vicenza, Barraud, Messeri & C. (B.M.C.) di Sesto Fiorentino, Carraresi e Lucchesi di Sesto Fiorentino, M.I.C.A. di Sesto Fiorentino, F.A.C.I. di Civita Castellana, Sbordoni di Civita Castellana-Roma.
Giorgio Levi collezionista e studioso di ceramica - nel suo saggio dal titolo “Ceramiche italiane Art Dèco” dipinte all’aerografo” (2017) -  descrive il ruolo avuto dall’aerografo nella creazione di un linguaggio decorativo moderno in grado di tradurre, anche su oggetti d’uso, gli esiti delle ricerche formali futuriste.  E afferma come, grazie alla maggiore economicità e rapidità rispetto alla tradizionale pittura manuale, l’aerografo portò anche alla semplificazione dei decori futuristi e Decò da parte di manifatture che si limitavano ad interpretarne gli stilemi in chiave esclusivamente decorativa.
Giorgio Levi è triestino di nascita e pisano di adozione. Professore ordinario di Informatica presso l’Università degli studi di Pisa fino al 2013, è collezionista e studioso di ceramica italiana del Novecento. Ha pubblicato una decina di volumi dedicati a manifatture toscane, Ezio Nesti e Bini & Carmignani di San Giovanni alla Vena, B.M.C. e Carraresi e Lucchesi di Sesto Fiorentino; il ceramista austriaco Leopold Anzengruber; l’influenza della secessione viennese sulla ceramica italiana. Ha curato una mostra su Ezio Nesti, a Vicopisano, una su B.M.C. e Carraresi e Lucchesi a Campli e Sesto Fiorentino e una sugli epigoni di Rometti a Umbertide. Ha anche curato una mostra di ceramica contemporanea, Bestiale, tenutasi a Napoli, Salerno e Pisa. È il fondatore della rivista scientifica Ceramica e Arti Decorative del Novecento. 
La mostra proseguirà fino al 3 maggio 2020.
Info: 0546 697311, info@micfaenza.org

La saga vichinga raccontata a tavola: un' apericena per conoscere il mondo di Odino, a Milano ogni mercoledì



Chi è incuriosito dalla cucina vichinga, ne conosce le radici storiche? Chi vede la nuova serie di Vikings sa da dove prendono spunto tutti gli eroi che vengono raccontati? Quanti di voi conoscono la mitologia norrena come quella greca o romana? Ogni mercoledì da Valhalla due esperti in costume intratterranno gli ospiti per una cena dalle 20 alle 21 a 15 euro con un argomento diverso (un focus su un personaggio della mitologia nordica con vicende, film e curiosità; la figura della donna nella comunità; i riti propiziatori, i sacrifici; la caccia e la vita sociale; cosa ci rimane di scritto dagli storici; conquiste e sconfitte; i miti più importanti). Nella cifra è compreso 1 calice di vino, o idromele o un boccale da 0,65 di birra, in accompagnamento ad una degustazione di vari assaggi di cucina vichinga. Si potranno comprare anche dell'oggettistica artigianale nordica come corni da bevuta, monili e altro.
Il calendario fino a fine marzo:
5 febbraio: Il Valhalla: i segreti, misteri e aneddoti del paradiso dei Vichinghi

12 febbraio: La forgiatura delle spade vichinge: si racconteranno le caratteristiche delle armi vichinghe e le differenze con quelle celtiche, come e quando venivano utilizzate
19 febbraio: replica Il Valhalla

26 febbraio: replica forgiatura delle spade vichinghe

4 marzo: Loki, il dio più enigmatico della mitologia norrena, si racconteranno diversi aneddoti e curiosità su questa divinità 

11 marzo: Principali riti vichinghi: quali erano quelli più utilizzati, dai sacrifici alle divinazione, con diverse curiosità 

18 marzo: replica sul dio Loki
25 marzo: replica sui riti vichinghi

Valhalla Milano:
Nella prima sala del ristorante, la più sfarzosa e quella visibile anche dalla strada, viene messo in scena il paradiso vichingo di Valhalla: si trova un salone maestoso del mondo divino di Odino, dove ogni giorno va in scena un sontuoso banchetto. Qui elmi dorati di eroi caduti in battaglia si contrappongono a stilizzati scudi neri, specchi e finestre di mondi lontani, popolando le pareti di presenze che si raddoppiano e annullano a vicenda. I commensali sono attorniati da una storia con molteplici sfaccettature, dove ogni elmo realizzato a mano aggiunge un dettaglio grazie alle imperfezioni della materia, dove ai sogni paradisiaci della gloria ultraterrena si mescolano le ferite di guerra, materica quanto razionale, come suggerito dagli ordinati tubi d'ottone che, come lance, scendono dal soffitto ad illuminare i tavoli. Protagonista di questa prima sala è il social table, entrando sulla destra, novità del ristorante ed elemento fondamentale per condividere appieno lo spirito cameratesco degli eroi nordici.

E così, dal lustro del Valhalla, si accede al bosco scuro, luogo di sperimentazioni, riti, perdite e sacrifici per il popolo vichingo, varcando un restringimento dello spazio sormontato da un'imponente arco che conduce nel mondo privato della natura.  La sfarzosità dell'oro viene meno e al blu si mescolano i colori del nero, dei carboni, e quelli di un sottobosco in penombra, casa di muschi, licheni e radici. Gli spazi per il pasto sono più raccolti, meno conviviali e condivisi, delimitati da tende o circondati da paesaggi immaginati su tessuti che sfarfallano e vibrano a ogni movimento dell'aria.

Da questi luoghi magici e misteriosi prende forma il tema del viaggio e del sogno di una meta, uno degli elementi fondanti della cultura dei vichinghi, tra i primi esploratori del mondo con un tuffo nell'ignoto, che porta dal corridoio al bagno di ghiaccio. Da lontano, la luce di un orizzonte ribaltato investe gli spazi superando spigoli e superfici, simulando un'aurora che non si spegne mai, delimitando uno spazio di servizio le cui proporzioni e lunghezze vengono distorte alla percezione.
Al centro di questi tre luoghi tematici vi è il divino, che prende forma negli spazi della cucina che si configura ora come un monolite al contempo magnetico ed inquietante, un volume composto da superfici nere specchianti che unifica, accosta e mette in relazione le parti del tutto.

Ristorante Valhalla:
Valhalla è il primo ristorante vichingo in Italia, si colloca a Milano in via Ronzoni 2 a pochi passi dalla Darsena. Una  proposta decisamente proteica per i moderni vichinghi: selvaggina cotta alla brace o trattata con la tecnica della bassa temperatura per quella è stata scelta come “la brace degli dei” milanese. Un’approfondita ricerca sull’alimentazione delle antiche popolazioni nordiche, reinterpretata in chiave moderna hanno portato alla definizione della carta di Valhalla: il focus è sulla selvaggina, che veniva cacciata tutto l’anno e sui pochissimi capi che erano allevati e uccisi poco prima dell’inverno, perché non sarebbero sopravvissuti alle temperature così rigide, come i vitelli, maiali e agnelli. La cottura era effettuata con le braci o bollita, che oggi viene riproposta con le tecniche del ventunesimo secolo.
Ogni piatto del ristorante Valhalla, il paradiso dei guerrieri valorosi del nord, ha un divertente nome vichingo che richiama una leggenda della saga norrena vichinga. L’idea è di due giovani imprenditori: Igor Iavicoli (33 anni) e Milena Vio (29 anni), già gestori del Vinyl Pub in zona Isola, appassionati di mitologia nordica.
Anche il logo, ripreso dal mitico Valknut, o nodo di Odino, rappresentato con tre triangoli intrecciati, è un cameo dei nove mondi mitologici norreni.  In sala Diego Borella, 32 anni, seleziona idromele, birre artigianali e piccoli produttori di vino italiani e in cucina lo chef Mauro Molon, 34 anni, con importanti esperienze in hotel di lusso.

I Piatti:
Tra i piatti più iconici di Valhalla, che per questo menu sono tratti dalla leggenda di Sigfirdo e Brunilde, sono sicuramente Sigfrido, ovvero il carrè di cervo; Hjalprek  il carpaccio di manzo, pomodori confit, scalogno glassato e maionese affumicata; Gunther le back ribs di manzo irlandese; Starkadr il Tomahawk irlandese (per due persone o per i più valorosi); Noatung, le cosce d’anatra francesi con verdurine dell’orto. Un menu stagionale che cambia frequentemente senza dimenticare le proposte di pesce e vegetariane anche per chi non ama la carne.

Pietro Spoto:
Fondatore  e Art e creativ director di studioliquido, laboratorio di ricerca visiva, che sviluppa e realizza elementi scenici e mobili, installazioni praticabili, luoghi pubblici e commerciali. “Sono un artista e non un architetto” ci tiene a precisare Spoto, il cui approccio metodologico si basa su una approfondita analisi del contesto e su un successivo lavoro di osservazione e di ascolto, costruendo una sinergia tra i soggetti coinvolti nelle diverse fasi della ricerca.
Ha sviluppato progetti installativi nei settori della moda e del design, collaborando per diversi anni con Maison Martin Margiela, Cerruti Baleri, Paolo Pecora Milano.
Ventennale esperienza come consulente per gallerie d’arte private come Zero, Giò Marconi Milano e con spazi no profit come Fondazioni Mudima, DOCVA, Viafarini, quest’ultimo come creative direction, realizzando così un’esperienza diretta nel il mondo delle arti visive e performatiche.

Gli orari di Valhalla:
Dal lunedì al sabato dalle 19 alle 23

Valhalla, la brace degli Dei
via Gaetano Ronzoni 2, Milano
+39 0284041503
www.valhallarestaurant.it
valhallarestaurantmilano@gmail.com
@valhalla_milano
fb: Valhalla Milano

TENUTA SAN GIAIME È TRA LE “100 ECCELLENZE 2020” SELEZIONATE DA FORBES ITALIA NELLA CATEGORIA DELLE AZIENDE VITIVINICOLE



Alessio Cicco: “Siamo molto orgogliosi di questo riconoscimento
che premia una conduzione che unisce passione e professionalità”

 
Milano, 3 febbraio 2020 -- Tenuta San Giaime, cantina siciliana situata a Gangi (Palermo), è stata inserita tra le “100 Eccellenze Italiane” selezionate dal prestigioso magazine Forbes Italia e inserite nell’edizione 2020 della nuova Guida.

Il debutto della nuova pubblicazione, curata in collaborazione con “So Wine So Food”, ha avuto luogo a Roma, alla presenza di tutte le realtà inserite nella Guida, suddivisa in quattro settori: oltre ai vini (19), vi sono presenti Hotel (24), Ristoranti (24), Specialità Alimentari di alta qualità (33).

“Siamo orgogliosi di questo riconoscimento, che giunge in un momento particolarmente importante della vita della Cantina”, ha commentato Alessio Cicco, titolare di Tenuta San Giaime, il cui impegno nel proseguire il lavoro iniziato dal padre Salvatore Cicco e dallo zio Franco Mastrandrea è stato sottolineato nella motivazione riportata sulla Guida stessa.

“La nostra Azienda, ha spiegato Alessio Cicco, è infatti pronta a un importante salto di qualità dal punto di vista produttivo, che ci consentirà di ampliare la nostra gamma e di sviluppare ulteriormente l’esportazione in tutto il mondo: questo successo è il risultato di una gestione che ha unito negli anni passione, sensibilità all’ambiente, professionalità e attenzione al mercato”.

“Forbes non fa guide ma genera idee e, in un mondo di tante Guide, questa è in realtà una selezione, precisa Alessandro Rossi, Direttore Forbes Italia, entrarvi è un sogno perché significa essere realtà di successo: in questa prima edizione ne abbiamo selezionate soltanto cento proprio per cominciare un lavoro che ogni anno ci porterà a individuarne altre, come già abbiamo fatto per queste quattro categorie".
 

UN METODO PER VALUTARE IL POTENZIALE QUALITATIVO DEL VIGNETO: L’INDICE BIGOT IN ANTEPRIMA A CASTELLO DI CIGOGNOLA


Consulente agronomo per la Maison della Famiglia Moratti in Oltrepò Pavese, il 1° febbraio Giovanni Bigot ha presentato con Gaja e Poni l’indice che prende il suo nome
Pensiero critico, centralità dell’uomo e cura meticolosa delle uve, del vigneto e del territorio sono valori imprescindibili per il nuovo corso di Castello di Cigognola. In questa fase di vita della Maison, Gabriele Moratti (proprietario) e Gian Matteo Baldi (AD) hanno fortemente voluto creare una rete di relazioni d’eccellenza con professionisti del vino innovatori, visionari ed esperti come Giovanni Bigot. Ed è nella tenuta di Castello di Cigognola che il primo febbraio l’agronomo friulano, che collabora con l’azienda, ha raccontato in cosa consista il neonato Indice Bigot.
L’indice - che prende il nome dal suo creatore - intende proporre un metodo scientifico per valutare il potenziale qualitativo del vigneto, correlando vigneto e qualità finale del vino, attraverso un approccio che si basa su studi e sperimentazioni pluriennali nei terroir più vocati d’Italia. Accanto a Bigot, hanno presentato il loro punto di vista sull’indice il produttore Angelo Gaja, a cui l’agronomo fornisce consulenza da anni, e Stefano Poni, docente all’Università Cattolica di Piacenza.
Pieno appoggio al progetto è stato dato dall’AD Gian Matteo Baldi, che spiega: “Quello che ci lega a Giovanni Bigot è la stima personale e professionale, che si è rafforzata negli anni, e la propensione alla ricerca della conoscenza. Per noi è stato naturale seguire il metodo che Bigot ha proposto nella gestione dei vigneti di Castello di Cigognola, con l’obbiettivo di produrre le migliori uve possibili per i nostri vini. Già da quest’anno abbiamo iniziato a incrociare i risultati della vinificazione delle singole parcelle dei vigneti con le pratiche attuate e le rilevazioni effettuate durante l’anno. La creazione di un indice specifico di valutazione della qualità di un vigneto, rispetto alla produzione del vino, è lo strumento che mancava per dare una base oggettiva, empirico-scientifica, alla centralità della qualità dell’uva nella produzione del vino e valutare il lavoro svolto nel corso del tempo.”
Dopo la presentazione lo Chef Alessandro Folli del ristorante Ad Astra di Santa Maria della Versa (PV) ha proposto i suoi piatti in abbinamento al Moratti Blanc de Noir Cuvée ‘More Pás Dosé, il Nebbiolo Per Papà e il Barbera Dodicidodici .

ARRIVA L’APP DI REALTÀ AUMENTATA DEL PIAVE DOP!

domenica 2 febbraio 2020

La Trattoria Barcaneta di Marano Lagunare



Noi, giornalisti e dirigenti dell’“Associazione Borghi d’Europa”, in trasferta in Friuli, abbiamo colto l’occasione per passare da Marano Lagunare (UD) - Maran, comunità di parlata veneta, 1800 anime - il piccolo borgo dalla storia millenaria dell’alto Adriatico, ubicato tra Lignano Sabbiadoro e Grado, con tanto di torre medievale romanica e pozzo in piazza. Tutto intorno, la laguna di grande bellezza e valore naturalistico che non è frutto del corso naturale degli eventi, ma del lavoro gravoso dei Maranesi che solidificarono le “mote”, scavarono le “cavane”, costruirono i “casoni” (tipici manufatti di canne e legno ad uso dei pescatori) e mantennero praticabili le vie d’acqua per trarre sostentamento dall’attività di pesca costiera, oggi meno in laguna e più in mare aperto, dove quantità e varietà di prodotto, sono maggiori. Insieme a Grado e Trieste, Marano è uno dei più importanti mercati ittici dell’Adriatico e la flotta di pescherecci, al ritorno dalle battute, rifornisce i tanti (più di una decina solo lì!) tra ristoranti e osterie della zona, di spigole (o branzini) orate, passere e anguille, oltre a cefali e, stagionalmente, piccoli ghiozzi (detti “goo”) latterini, “nono”, vongole veraci e fasolari (molluschi bivalve dalla forma quasi ovale e superficie liscia, lucida rossastra, con sottili strie concentriche) e ancora seppie, “schili”, “almolà”, “paselere”, “nase” e qualche volta anche i rari “calamari marroni”… Questi,  li prepara - con Marco - Claudio Moretti, patron de La Barcaneda (in piazza Marii a Marano) secondo l’antica tradizione veneta. Il suo locale (ci si arriva solo a piedi, ma si parcheggia lì vicino) è un vero rifugio per chi ama la buona tavola, sana e di stagione: ci sono due salette (35 coperti) in un ambiente accogliente, confortevole (e anche romantico, se ci si appropinqua davanti al grande camino all’entrata…). E noi, ci siamo piazzati proprio lì con l’intento di degustare quanto chef Moretti propone, cominciando con un antipasto, vera prelibatezza: il “salame di anguilla” (“brevetto” Barcaneta!) gustato con un’ottima Malvasia in purezza della Cantina Bortolusso, sita in loco (giallo paglierino, frutta esotica, agrumi, note speziate, fresca e vivace) e in alternativa una bionda Arsura Lager del birrificio artigianale, proprio maranese “620 passi” (birra chiara leggera, con sentori di cereali e note erbacee da luppoli tedeschi e cechi) poi una deliziosa tagliata di “ombrina” con cipolla di Tropea croccante e mousse di ricciola; volendo proseguire, la scelta è sempre ricca: capesante su spinacini e salsa all'arancia, canestrelli scottati, calamaretti spillo e radicchio, insalatina “granciporro” (granchio) code di gamberi cotte al vapore su crema di zucca e topinambur e, ancora, granceole, sarde in saor, “canoce” (cicale di mare) gratinate alla maranese col pan grattato – con queste, ottimo il Friulano, Cantina Bortolusso (colore giallo paglierino brillante, profumo delicato e gradevole, con sapore di mandorla amara, asciutto). Adattissima anche la Fipa lpa - sempre del birrificio 620 passi - (luppolatura interamente americana di amarillo, mosaic e simcoe, con parte acre dell'agrume soprattutto in chiusura) – poi cozze, fasolari e altro (a seconda del pescato di giornata)…. Conquistati dall'odore abbiamo voluto assaggiare una zuppetta di pesce con crostini davvero “magistrale” che ha tentato tutti per il bis… con la quale abbiamo bevuto un Sauvignon della Bortolusso (bianco vivace, giallo paglierino brillante, generoso nei profumi di salvia, foglia di pomodoro e sambuco) e la Cortona Belgian Ale, birra 620 passi (color rubino, dolce e mediamente corposa, con note  di toffee e frutta matura). Secondi: filetto di branzino con cicoria, al calamaro (marrone) con radicchio trevigiano e polentina morbida… Stavolta il vino scelto è stato un ottimo Chardonnay (sempre Bortolusso, per non cambiare: giallo paglierino chiaro, sfumature verdognole, struttura armoniosa, delicati profumi di mela e pane) e, sempre del birrificio 620 passi, una “ambrata” di gran qualità: la Indian Pale Ale (luppoli americani, sentori di frutta tropicale e pompelmo). Poi, anguilla allo “speo” (del fiume Stella, davvero a Km. zero!) semplicemente messa sullo spiedo a “fisarmonica”, lasciata sgrassare un paio d’ore e impiattata con puntarelle tirate in padella e polentina… (ci ha lasciato senza parole!) come il Refosco dal Peduncolo rosso in accompagnamento (ancora fedeli alla Bortolusso… tipico rosso rubino carico con riflessi violacei, leggermente erbaceo con sentori di prugna secca, mora selvatica e sottobosco; sapido, leggermente tannico, di corpo, piacevolmente amarognolo) abbinamento “obbligatorio” e veramente azzeccato per quella buonissima anguilla! E si è dimostrata all’altezza anche la Imperial Stout Daracò (in maranese “fallo di nuovo”, ovvio, del birrificio 620 passi… di tenore alcolico basso, 6 gradi, aromi intensi di tostato e di torbato, finale secco amaro, persistente, ma non invasivo). Una breve pausa per scambiarci i pareri (e prendere fiato…) poi, per concludere in dolcezza, crostata con crema e fragole oppure tiramisù scomposto con biscotto fatto proprio dallo chef e caffè bollente versato sopra al momento, tutto annaffiato da un Verduzzo (ovviamente Bortolusso…) colore giallo-oro, leggermente tannico, di corpo, dolce, con profumo di acacia e sapore di miele, equilibrato e piacevole (ottimo per i dessert!) e con il sorbetto al cucchiaio, mandarino, cedro e menta…  Alla Barcaneta non mancano piccoli, ma importanti dettagli come il pane fatto in casa, caldo con cereali o con prosciutto, l'acqua liscia o frizzante di qualità certificata - scelta eco sostenibile - la carta dei vini, con un centinaio di etichette scelte e il servizio sempre attento, mai invadente. A degustazione – chiamiamola così anche se è sembrato un pranzo luculliano –  piacevolmente terminata, abbiamo apprezzato specialmente la varietà della proposta, la freschezza dei prodotti e la semplicità delle preparazioni, mai eccessivamente condite o speziate, sempre dal sapore autentico, deciso e - nota di non poco conto – alla fine, proprio il “conto”… davvero onesto! Mille grazie Claudio!
PS: doverosa precisazione: al tavolo con noi c’erano il dott. Sergio Bortolusso… e Roberto Regeni, del “620 passi”… (che ringraziamo).
(GfL)
Trattoria Barcaneta
Piazza Marii, 7 Marano Lagunare 33050 (UD)
Tel. 043167410 - Cell. 3924050851
www.trattoriabarcaneta.com

Azienda Agricola cav. Emiro Bortolusso
Via Oltregorgo, 10  33050 Carlino (UD)
Tel. 
+39 043167596 - Fax +39 0431640935info@bortolusso.it
Birrificio 620 passi              
Via Sinodo, 8  33050 Marano Lagunare (UD)
Cell. 3337292430
Chiuso: Lunedì, Martedì, Mercoledì
www.620passi.com