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giovedì 3 dicembre 2020

Capoferri TALKS Una finestra sul mondo con Marco Sammicheli

 

5 appuntamenti con 5 protagonisti dell'architettura internazionale

per passare in rassegna cosa significa oggi disegnare vedute,

accogliere la luce naturale, garantire sicurezza, immaginare una griglia che da oggetto diventi soggetto architettonico

 

https://bit.ly/CapoferriTalks_IT

Intervento

di Alfonso Femia

 

Alfonso Femia ©S.Anzini

Un’architettura che parla attraverso la materia, che dialoga con la luce. E che attraverso questi elementi riscopre il senso di appartenenza ai luoghi, li comprende e li racconta. Ne ha parlato Alfonso Femia nel suo intervento a Capoferri Talks, partendo dalle esperienze del suo Atelier alla riscoperta di materiali e approcci che sembravano persi nello scenario attuale del progetto.

 

Lavorare sui materiali è importante, sostiene Femia. Occorre riportarli in modo forte e contemporaneo nell’architettura, insieme alle capacità artigianali e imprenditoriali che sono radicate nel territorio. Per esempio, va riscoperta la ceramica, che in passato ha avuto un ruolo di rilievo in Italia (pensiamo all’opera di Gio Ponti, alla Milano degli anni Sessanta): l’Atelier di Femia è tornato a utilizzarla sviluppando con imprese del settore formati tridimensionali, puntando a valorizzarne la sostenibilità e a esplorare le possibilità creative offerte da questo materiale. E percorsi analoghi sono stati avviati per il vetro (ormai in grado di fare di proporsi in ruoli nuovi e primari) e per il cemento (riprendendo le sperimentazioni degli anni Settanta). È un impegno che si potrebbe sviluppare su tutto l’insieme di materiali che compongono l’architettura, suggerisce Femia, un’intenzione progettuale la cui crescita dipende dalla volontà congiunta di architetti e aziende in una relazione di reciproco rispetto, gli uni per i vincoli produttivi, le altre per la potenzialità di immaginare materiali per il futuro, aggiornando i processi industriali.

 

Ci sono poi le specificità territoriali e di contesto, su cui l’architettura deve lavorare. Tra questi la luce è il più importante e difficile, quello che più di ogni altro guida le scelte progettuali. La luce varia alle diverse latitudini, varia nel tempo: un ufficio a Milano ha una luce completamente diversa da quella di un ufficio a Roma. Il progetto deve decidere che tipo di dialogo instaurare con la luce. “La luce parla se la facciamo dialogare attraverso le superfici, attraverso gli spazi e i materiali”, sostiene Femia. “è come la musica, basata su sette note, ma capace di infinite variazioni.” Spazio, luce e materia sono gli elementi fondativi, progettare la modalità attraverso la quale possono interagire tra loro risponde al bisogno di comunicare valori ed emozioni attraverso l’architettura. Così come avviene in diversi progetti ricordati da Femia: dal campus di Savona ai Frigoriferi milanesi, alla grande corte blu nei docks di Marsiglia, dove i rivestimenti ceramici delle corti interne portano in profondità la luce del Mediterraneo. Fino ad arrivare alla sede di una grande banca alla periferia di Roma, che dialoga con un cielo “denso, intenso e forte” e che, per effetto della luce, sembra addirittura sparire, nonostante l’ampiezza delle sue superfici.

 

Tornare alla materia, dunque, ma anche a un’architettura più responsabile e più “generosa”. Negli ultimi decenni, sostiene Femia, abbiamo “asciugato i balconi, i terrazzi, i piani terra che prima erano spazi di gioco, abbiamo tolto generosità al nostro modo di abitare, di lavorare.” Ma se l’architettura è chiamata a coniugare l’immaginario e il reale, dentro l’immaginario deve esprimersi una “generosità di visione”, dentro il reale una “responsabilità del fare”. Quando questo avviene, “qualsiasi cosa può diventare magica”, sostiene Femia, “è la comune ricerca di un dialogo con la storia, con edifici che hanno avuto un ruolo, con un ambiente”.

 

Ai giovani architetti, Femia ricorda la centralità del progetto: un lavoro che va fatto nel tempo, dialogando con altre discipline. Non si tratta di costruire edifici straordinari esteticamente, ma di parlare del proprio tempo. “Ogni generazione ha fatto suo il proprio tempo, noi forse non ci stiamo prendendo il nostro”, osserva Femia. Anche se, a suo parere, l’architettura italiana sta vivendo un momento straordinario, dimostrando, soprattutto con le nuove generazioni, di saper “raccontare il mondo”. In Italia, più che in altri Paesi, Femia vede coraggio, ricerca, varietà di risposte. “Credo molto nelle nuove generazioni”.

Les Docks di Marsiglia @L.Boegly

PROSSIMO APPUNTAMENTO

Mercoledì 9 dicembre 17.30 h - Matt Yeoman

 

CONVERSAZIONE IN DIRETTA ZOOM

LINK per iscriversi: https://bit.ly/3fXAWX3

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