| | Dal 12 al 14 giugno Gemona e Montenars ospiteranno la 5ª edizione del festival “Sguardi sui territori”, promosso dall’Ecomuseo con la collaborazione della Cineteca del Friuli e il sostegno della Regione. L’evento è dedicato al rapporto tra cinema, paesaggio, memoria e ricerca sul campo. Anche quest’anno il programma propone opere che, attraverso linguaggi e approcci differenti, indagano il modo in cui le comunità costruiscono il proprio rapporto con i luoghi e ne tramandano significati, pratiche e conoscenze. Il festival si conferma così uno spazio di confronto tra studiosi, autori, studenti e cittadini, nel quale il documentario non è soltanto un prodotto culturale ma uno strumento di osservazione e interpretazione della realtà. Tre giornate dense di proiezioni, presentazioni, letture critiche e discussioni pubbliche che mettono al centro il territorio come archivio vivente di storie, relazioni e trasformazioni. |
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L’apertura, venerdì 12 giugno al LAB Terremoto, sarà affidata alla proiezione di Custodi (2023) di Marco Rossitti, regista e documentarista, direttore artistico di festival e rassegne cinematografiche. Sabato 13 giugno il festival proseguirà sempre a Gemona con una prima sessione dedicata a Gli ultimi (1963) di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo, occasione per rivedere e analizzare uno dei lavori più significativi del neorealismo friulano. Nel pomeriggio verranno approfonditi i temi contenuti nel film Il sogno di una cosa. 1943-1949. Pasolini in Friuli (1976) di Francesco Bortolini. Domenica 14 giugno, al Centro Polifunzionale di Montenars, la rassegna si concluderà con la presentazione di documentari realizzati dagli studenti del corso di Landscape Videomaking dell’Università di Padova e del libro Nel verde incanto corredato dal dvd del documentario di Michele Trentini sui roccoli e le bressane del Friuli. |
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«Un film antropologico non è qualcosa che si consuma in privato, come un libro: la sua presentazione alla comunità in un festival dapprima e poi a un pubblico più vasto è sempre una celebrazione rituale. Non è un semplice modo di dire: quando presenta, in un film, un gruppo etnico lontano o anche persone ed eventi più vicini, l'autore si fa carico di rappresentarli attraverso il suo sguardo. Non si tratta di "catturare immagini", di "fare un documentario su". Si è stati accolti dai soggetti e si è ricevuto da loro il mandato di trasmettere attraverso le immagini il risultato di un incontro» (Antonio Marazzi, antropologo). |
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