Nell'opera di Tegene Kunbi, la dimensione politica emerge nella scelta dei materiali: la sua pratica invita queste asimmetrie a entrare nel campo pittorico. I suoi dipinti uniscono tessuti di provenienza e significato fortemente contrastanti: tessuti lavorati a mano dalla madre accanto a tessuti industriali prodotti per i mercati africani; indumenti sacri utilizzati in contesti religiosi accanto a materiali di uso comune destinati alla produzione di materassi. Attingendo alla diversità culturale dell'Etiopia, un tempo definita da Carlo Conti Rossini come un “museo dei popoli”, Kunbi incorpora anche le tradizioni tessili di diverse regioni, dove l'abbigliamento e i costumi hanno storicamente segnato l'autonomia culturale e politica, facendo convergere queste pratiche distinte in un campo visivo condiviso. Ogni materiale porta con sé storie specifiche di impegno, credenze e posizionamento politico. Una volta assemblati sulla superficie pittorica, queste categorie si frammentano e la pittura diventa uno spazio in cui materiali socialmente e culturalmente distinti sono chiamati a convivere e a dar vita a una nuova negoziazione.
Queste riflessioni sul silenzio come condizione gerarchica e politica si estendono alla pratica espositiva stessa. Negli spazi espositivi, le opere d'arte sono abitualmente incorniciate da testi esplicativi, etichette, didascalie e narrazioni curatoriali che rivendicano l'autorità interpretativa. Il linguaggio parla per l'opera d'arte, mentre gli aspetti visivi e multimodali vengono messi a tacere, rafforzando una gerarchia in cui la parola scritta diventa il luogo principale della creazione di significato.
In questo contesto, Kunbi approccia la pittura come una piattaforma in cui tali regimi di silenzio vengono messi in atto e allo stesso tempo destabilizzati. Le sue opere rifiutano la concezione della pittura come mezzo passivo o puramente visivo; al contrario, la pittura funziona come un archivio stratificato di impegno, memoria e storia, operando in una modalità sommessa, nella quale il silenzio assume forma materiale e il significato emerge attraverso la durata, la prossimità e la presenza materiale piuttosto che attraverso la spiegazione.
Promossa dal Ministero del Turismo Etiope in collaborazione con l’Ambasciata di Etiopia in Italia, Shapes of Silence segna la seconda partecipazione del Paese alla Biennale di Venezia, dopo il debutto nel 2024, sottolineando l’impegno dell’Etiopia nella promozione dell’arte contemporanea e del dialogo culturale internazionale.
La mostra è realizzata anche grazie al sostegno di Primo Marella Gallery, galleria d'arte con sede a Milano e Lugano che rappresenta l'artista.
Il Padiglione Etiopia verrà inaugurato durante le giornate di anteprima della 61. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia (6, 7, 8 maggio 2026). L'apertura al pubblico è prevista da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2026.
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