Quarta e penultima tappa del più ampio progetto MATTIA MORENI. Dalla formazione a “L'ultimo sussulto prima della grande mutazione”, curato da Claudio Spadoni e sviluppato in cinque realtà museali tra la Romagna e Bologna, la mostra ha come focus espositivo la rilettura della storica antologica di Moreni curata da Francesco Arcangeli
30 gennaio - 31 maggio 2026
Mostra promossa da Associazione Mattia
In collaborazione con Comune di Bologna | Settore Musei Civici | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Nell’ambito di ART CITY Bologna 2026
OPENING: giovedì 29 gennaio 2026, ore 18:00
Veduta della mostra Mattia Moreni. L'antologica di Bologna, 1965
MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna | Settore Musei Civici | Comune di Bologna
Foto di Ornella De Carlo
Bologna, 28 gennaio 2026 - Dal 30 gennaio al 31 maggio 2026 il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta Mattia Moreni. L'antologica di Bologna, 1965, mostra a cura di Claudio Spadoni e Pasquale Fameli, parte del progetto espositivo MATTIA MORENI. Dalla formazione a “L'ultimo sussulto prima della grande mutazione”, il più ampio mai dedicato all’artista (Pavia, 1920 - Brisighella, 1999).
Promosso da Associazione Mattia, curato da Claudio Spadoni e sviluppato a partire dal settembre 2025 in cinque sedi museali diffuse tra la Romagna e Bologna – Bagnacavallo (RA), Forlì, Santa Sofia (FC), Bologna e Ravenna – il percorso, inteso come omaggio corale all’artista, ne attraversa i quarant’anni di ricerca, rivelando al pubblico la forza e l’attualità di una delle voci più originali e irrequiete dell’arte italiana del secondo dopoguerra.
La quarta tappa presentata al MAMbo rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026 (5 - 8 febbraio), il palinsesto di mostre, eventi e iniziative promosso dal Comune di Bologna con il sostegno di BolognaFiere in occasione di Arte Fiera.
L'antologica di Bologna, 1965 riprende e reinterpreta la grande esposizione su Mattia Moreni curata da Francesco Arcangeli per la Galleria d’Arte Moderna di Bologna (oggi MAMbo), la prima personale dedicata a Moreni da un’istituzione pubblica italiana. In stretto dialogo con l’artista e amico, Arcangeli ne rilesse l’opera ribadendo l’urgenza di coltivare la pittura come uno specifico metodo di approccio al mondo, strumento di libera espressione soggettiva quanto di scandaglio critico della realtà.
Arcangeli scriveva in catalogo che il talento di Moreni gli era stato segnalato per la prima volta da Mario Merz nel 1945, ma solo all'Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1948 ne aveva visto le opere dal vero e aveva potuto riconoscerne la forza espressiva. L’interesse di Arcangeli si era consolidato negli anni successivi, tanto da indurlo a suggerire al Comune di Bologna l’acquisto de Il giardino delle mimose all'Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1954. Divenuto direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1958, Arcangeli riuscì a dedicare proprio a Moreni l’unica mostra del museo che poté decidere in totale autonomia e che inaugurò nelle sale del Museo Civico il 12 settembre 1965.
La mostra del 1965 assunse così il valore di una presa di posizione critica. In un momento segnato dalla morte di Giorgio Morandi (1964) e dall’affermazione internazionale della Pop Art all'Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1964, Francesco Arcangeli utilizzò l’antologica di Moreni per affermare una visione alternativa rispetto all’omologazione degli immaginari della cultura di massa e all’orientamento ideologico della nuova politica culturale bolognese. In questo contesto elaborò la nozione di “libero realismo moderno”, un approccio che, affondando le radici nell’Informale, riaffermava il ruolo centrale della soggettività e dell’esperienza esistenziale nel rapporto con l’immagine.
All’interno di questa prospettiva critica, lo studioso individuò nei cicli dei cartelli e delle angurie il nucleo centrale della ricerca di Moreni negli anni Sessanta. I cartelli emergono come segnali drammatici e presagi inquietanti, inseriti in paesaggi carichi di tensione, espressione di un “surrealismo naturale” dal tono minaccioso e visionario. Le angurie, invece, deformate e ingigantite, diventano metafore del trauma esistenziale e del conflitto irrisolto tra l’uomo e l’ambiente, ponendosi come alternativa radicale agli oggetti anonimi e stereotipati della Pop Art.
La mostra allestita nella Project Room del MAMbo presenta undici dipinti eseguiti nell’arco di un decennio e selezionati tra quelli esposti all’antologica del 1965 per indicarne gli snodi più significativi. Il percorso si apre con Il giardino delle mimose (1954), punto di passaggio dalla fase neocubista a quella neonaturalista, e prosegue con A tutti i maldestri del mondo: amitié (1960), che ne riprende alcuni elementi costruttivi facendoli esplodere nel materismo informale. Gli elementi gestuali ancora presenti nel registro inferiore di Cielo e cartello come apparizione (1962) vengono riequilibrati da una stesura pittorica più distesa, che asseconda una più pacata definizione dell’immagine in opere come Cartello penoso nel campo con il temporale (1964), Il vento nel campo come sempre (1964) e Segnale sul campo come un grido in corsa (1963). Il vento nel campo come sempre, che venne acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Bologna in occasione dell’antologica del 1965, è l’opera più citata nelle lettere che Moreni scrisse ad Arcangeli in previsione della mostra, conservate nel Fondo Francesco Arcangeli della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna e qui esposte in riproduzione. La rapida realizzazione del grande dipinto, infatti, era stata vissuta dall’artista come maturazione spontanea di una nuova fase creativa, mentre le caratteristiche pittoriche e le dimensioni della tela si prestavano a suo avviso a potenzialità espositive di particolare suggestione. Seguono nel percorso opere di pochi anni prima, ancora impregnate di umori informali e simili per modalità esecutive: Donna nuda gettata sulla sabbia (1957), Nuvola Bianca (1958), Una nuvola colpita dal fulmine (1958), Un uomo che cade (1957). A chiusura della mostra Ah! La povera anguria dell’estate(1964) è collocata in modo da consentirne la visione insieme a Il giardino delle mimose: l’ideale ricongiunzione tra le due opere, che si collocano agli estremi cronologici della mostra, sottolinea così il sintetico carattere antologico dell’esposizione.
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